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Nuovi materiali, di origine naturale, si affacciano sul mercato per sostituire i derivati del petrolio. Molte confezioni strillano la loro compatibilità con l’ambiente, ma non è sempre così.

Gli imballaggi in plastica non sono tutti uguali, soprattutto oggi con l’avvento delle bioplastiche. Bisogna imparare a riconoscerli in modo da smaltirli correttamente.


Biodegradabile, quindi ecologico?
Gli imballaggi biodegradabili sono davvero vantaggiosi per l’ambiente? La risposta non è così scontata. Bisogna fare attenzione ai diversi gradi di biodegradabilità, ma soprattutto alla possibilità di compostare, in altre parole di far rientrare il rifiuto nel ciclo naturale. Alcuni marchi di certificazione garantiscono che il materiale non è solo biodegradabile, ma anche compostabile.

Esistono tuttavia imballaggi oxodegradabili, cioè che contengono additivi di origine chimica.
Per essere davvero considerato ecologico, invece, un imballaggio deve essere anche compostabile.

Avendo parlato sia di plastica biodegradabile che di plastica compostabile è necessario fare un distinguo.
Questi due termini, infatti, non sono sinonimi, anche se spesso sono confusi e utilizzati per indicare la medesima tipologia di plastica.
Per biodegradabilità s’intende la scomposizione di un materiale, in composti chimici semplici, per azione di agenti biofisici naturali come batteri, luce solare, umidità e altri agenti.
Si può quindi presumere che quasi tutti i materiali esistenti possano essere biodegradati.
La differenza sostanziale però sta nel “quanto tempo” sia necessario per trasformarsi in composti chimici elementari alla fine del processo di biodegradazione.

Di seguito alcuni esempi:

  •  bucce di banana: 2-10 giorni
  •  straccio di cotone: 1-5 mesi
  • carta: 2-5 mesi
  • bucce d’arancio: 6 mesi
  • calze di lana: 1-5 anni
  • borsette di plastica: 10-20 anni

Il compost invece è un prodotto ottenuto per mezzo della degradazione batterica del rifiuto umido domestico e utilizzabile in agricoltura come fertilizzante naturale.
La normativa europea di riferimento sul packaging è la EN13432 / EN 14995.
Secondo tale normativa i materiali o i prodotti compostabili devono avere le seguenti caratteristiche:

  • non devono danneggiare il processo di compostaggio
  • devono comportarsi come una foglia di lattuga
  • devono favorire un’alta qualità del compost
  • devono garantire un’applicazione sicura del compost

Una volta chiarite queste differenze, passiamo ora ai pro e ai contro:
un indiscutibile vantaggio riguarda sicuramente la riduzione dei fumi tossici emessi dalle bioplastiche avviate all’inceneritore che facilitano lo smaltimento, nel corso del processo di trattamento, all’interno degli impianti.

Quando sono compostabili, le bioplastiche, si trasformano in un utile supporto all’agricoltura sotto forma di fertilizzanti.
Non mancano però gli svantaggi: per quanto possano essere meno dannose per l’ambiente, non sono del tutto innocue e comunque non sono per ora in grado di rimpiazzare tutti i tipi di plastiche derivate dal petrolio (come PET, PP, PE…).
Alcuni studi sostengono che, se in futuro il settore prendesse davvero piede, lo sfruttamento delle coltivazioni di cereali, come il mais per esempio, potrebbe ridurre la produzione agricola di alimenti, rischiando di compromettere la disponibilità di cibo.

Fonti
www.altroconsumo.it
www.ideegreen.it
www.howtobegreen.eu

Plastica biodegradabile? Facciamo chiarezza ultima modifica: 2018-02-03T10:49:24+00:00 da balsutron

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